Sono andati via ieri sera, l'ultimo gruppo di penne nere che attraversava Piazza De Ferrari. Avevano i cappelli un po' di traverso, gli occhi ancora pieni di sole, qualcuno una bandiera arrotolata sotto il braccio. Si sentivano i cori in lontananza, dalle macchine, dai pullman, dalle finestre dei treni in partenza. Genova restava lì, in silenzio, a guardarli andare. Così finisce un'Adunata Nazionale degli Alpini: non con un boato, ma con una specie di rispetto sospeso. Come se la città volesse aspettare a respirare di nuovo da sola.
La 97ª Adunata Nazionale — dall'8 al 10 maggio 2026 — è tornata a Genova dopo venticinque anni, con il motto «Alpini, faro per il futuro dell'Italia». È la sesta volta che la nostra città ospita l'Adunata: ci era già stata nel 1931, nel 1952, nel 1963, nel 1980 e l'ultima volta nel 2001. Un quarto di secolo dopo, le penne nere sono tornate a casa. Tre giorni in cui la città ha cambiato suono, colore, perfino andatura. Per chi qui ci lavora ogni giorno, è stato come vedere casa propria vestita a festa. E come tutte le feste vere, qualcosa lascia.
Un cappello con la penna nera non è mai una divisa: è un modo di stare al mondo.
Da giovedì mattina, il sole verde
Sono cominciati ad arrivare già mercoledì sera, con i primi pullman dal Veneto, dal Piemonte, dalla Lombardia, dal Friuli. Giovedì mattina, alle nove, l'alzabandiera in Piazza De Ferrari ha aperto ufficialmente l'Adunata: c'erano gli alpini in armi, i sindaci con la fascia, la Fanfara della Brigata Taurinense. Subito dopo, l'Onore ai Caduti all'Arco della Vittoria — un silenzio breve, di quelli che si sentono solo quando le persone presenti capiscono davvero cosa stanno facendo.
Da lì in poi Genova ha smesso di essere una città sola e ne è diventata cento. Una al Porto Antico, dove il Villaggio dell'Adunata ha aperto i battenti già mercoledì, con le sezioni dell'ANA di mezza Italia che si presentavano alla città: salumi di Cuneo, formaggi della Valtellina, vino di Conegliano, focaccia comprata sotto casa e divisa con due alpini di Belluno mai incontrati prima. Una al Teatro Carlo Felice, con il concerto «Cori sotto la Lanterna», dove le voci dei cori alpini hanno riempito la sala come fa l'eco in montagna. Una nei caruggi, dove le penne nere si fermavano a fotografare un'edicola, un portone scolpito, una sciamadda con la teglia di farinata appena uscita dal forno.
La sfilata di domenica
La domenica mattina, alle nove in punto, la sfilata è partita da Piazza Corvetto. Ottanta sezioni dell'Associazione Nazionale Alpini, decine di migliaia di penne nere, fanfare, vessilli, gagliardetti. Hanno camminato in via XX Settembre, sotto i nostri uffici, giù verso Piazza della Vittoria. Hanno camminato per ore, con calma, con la cadenza tranquilla della gente di montagna: un passo dopo l'altro, senza fretta. La gente sui marciapiedi applaudiva. Qualcuno, da una finestra, ha lanciato fiori. Una signora anziana ha sventolato un fazzoletto bianco. C'era una bambina sulle spalle del papà con un cappello alpino in cartoncino in testa, troppo grande, che le scendeva sugli occhi.
È difficile spiegare, a chi non lo ha visto, cosa significhi quella sfilata. Non è una parata militare, non è una manifestazione politica. È un fiume di persone che attraversa una città e dice: siamo ancora qui, ci ricordiamo, contiamo gli uni sugli altri. Da loro, in 153 anni di storia, è passata la difesa dei confini, la tragedia delle guerre, la ricostruzione del dopoguerra, le alluvioni e i terremoti soccorsi senza farsi vedere troppo. La Protezione Civile ANA è spesso la prima a partire quando qualcosa va storto: a Genova lo sappiamo bene.
Gli alpini non sfilano per farsi guardare. Sfilano per ricordare, a sé stessi e agli altri, che ci sono.
Numeri che si fanno fatica a credere
Le previsioni della vigilia parlavano di circa 400.000 persone attese tra alpini, familiari, simpatizzanti. Genova si era preparata per mesi: treni speciali da tutta Italia, viabilità ripensata, parcheggi remoti, navette gratuite, volontari ovunque. Ed è andata bene. Davvero bene. Albergatori esauriti, ristoranti pieni a tutte le ore, persino le focaccerie meno conosciute hanno avuto il pellegrinaggio. Per una città che da anni cerca un nuovo respiro turistico, sono stati tre giorni di prova generale — superata con il sorriso.
Ma non è solo questione di numeri. C'è stato qualcosa di più sottile, di più profondo. La sensazione, camminando in via San Lorenzo o in Piazza Matteotti, che la città e gli ospiti si capissero senza bisogno di parole. Genova è una città di gente schietta, che non si scompone facilmente. Gli alpini sono gente schietta, che non si scompone facilmente. Si sono riconosciuti.
Quello che resta
Cala il sipario, le bandiere si arrotolano, i pullman ripartono. Ma una città che ha ospitato un'Adunata cambia un po', dentro. Restano i ricordi: la fanfara che attraversa via Roma di sera, due reduci che si abbracciano davanti al Ducale dopo trent'anni che non si vedevano, il papà che mette il cappello del nonno in testa al figlio per la prima volta. Resta l'idea che le tradizioni non sono cose vecchie: sono cose che servono, ancora.
E resta, soprattutto, una specie di promessa silenziosa. Che la prossima volta che a qualcuno servirà aiuto — un'alluvione, una frana, un terremoto, una mano da dare in un paese qualunque dell'Appennino o delle Alpi — quelle penne nere ripartiranno. Non serve chiederlo. È già nel patto.
Grazie, alpini. Grazie di essere venuti a Genova. Vi siete portati via un pezzo di città, e ci avete lasciato un pezzo di voi. Era un buon affare, da entrambe le parti.
A Genova si torna sempre.
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