Ci sono città che danno le spalle al mare e città che ci vivono dentro. Genova appartiene alla seconda specie. Si è costruita aggrappata a una striscia sottile di terra, schiacciata tra le montagne e l'acqua, e da quella posizione scomoda ha fatto la sua fortuna: il mare non è il confine della città, ne è il cuore. Basta salire qualche scalino su una qualunque delle creuze che risalgono le colline per vederlo — il porto che si apre sotto i tetti d'ardesia, le gru che lavorano, le navi che entrano ed escono come è sempre stato.

Veduta panoramica del porto di Genova dai tetti della città, con le gru e la Lanterna sullo sfondo

È un panorama che i genovesi conoscono a memoria e che, proprio per questo, smettono quasi di guardare. Eppure basta fermarsi un istante perché quel disegno di banchine, gru e capannoni torni a parlare: non è soltanto merci e lavoro, è la biografia di una città che da mille anni fa lo stesso mestiere.

Mille anni di mare

Il porto di Genova non ha una data di nascita: c'è sempre stato. Già nel 1128 una torre vegliava sull'imboccatura per avvistare le navi all'orizzonte, e da quella torre è cresciuta la Lanterna che conosciamo oggi: settantasette metri di pietra, il faro più alto del Mediterraneo. È il primo profilo che si cerca con gli occhi quando si torna a casa, l'ultimo che si saluta quando si parte.

Nel suo secolo d'oro Genova era una delle quattro Repubbliche Marinare, una potenza che prestava denaro ai re di mezza Europa e mandava le sue navi da un capo all'altro del Mediterraneo. Quella vocazione non si è mai spenta: ha cambiato pelle molte volte — i velieri, il vapore, i transatlantici dell'emigrazione, oggi i container — ma il gesto è rimasto identico. Accogliere chi arriva dal mare, dare slancio a chi deve partire.

Genova non guarda il mare: lo abita. E un porto, per una città così, non è un'infrastruttura. È un modo di stare al mondo.

Una diga lunga sei chilometri

In questi mesi, chi osserva il porto dall'alto vede qualcosa di nuovo. Al largo, dove l'acqua diventa profonda, sta crescendo la nuova diga foranea: una barriera che, una volta completata, sarà lunga circa seimila metri e poggerà su fondali fino a cinquanta metri di profondità. La più profonda d'Europa.

È un'opera che si costruisce un pezzo alla volta. Ogni elemento è un cassone gigantesco, prefabbricato nel cantiere a terra di Vado Ligure e poi trasportato e calato in mare con una precisione da orologiaio: il ventunesimo è stato posato il 23 maggio, sessantasette metri di lunghezza e quasi trentaquattro di altezza — un palazzo coricato sull'acqua. La realizza il consorzio PerGenova Breakwater, guidato da Webuild, per conto dell'Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale.

A cosa serve una diga così? A spostare più al largo la linea che ripara il porto dalle mareggiate — da cinquecentocinquanta a ottocento metri dalla costa — così che anche le navi portacontainer più grandi mai costruite, lunghe oltre quattrocento metri, possano entrare e ruotare su sé stesse senza affanni. In altre parole: a non lasciare Genova indietro. È l'opera più costosa finanziata dal PNRR, e non è un caso che tocchi proprio a questa città.

Il porto che non si vede

C'è un porto che tutti conoscono — il Porto Antico con il Bigo, l'Acquario, le grandi navi da crociera — e c'è un porto che lavora e che pochi genovesi visitano davvero: le banchine di Sampierdarena, i terminal, le gru che di notte, illuminate, sembrano animali addormentati. Eppure è da lì che passa una parte enorme della vita economica della città e del Paese.

Nel 2025 il sistema portuale del Mar Ligure Occidentale ha superato per la prima volta i tre milioni di container movimentati: un record. L'ennesima prova che il mare, per Genova, non è nostalgia ma lavoro, presente, futuro. Dietro ogni nave ci sono migliaia di persone — camalli, gruisti, spedizionieri, agenti marittimi, meccanici, impiegati. Il porto è la più grande azienda della città e, insieme, la sua identità più antica.

Genova guarda avanti, come sempre

Quando la nuova diga sarà finita, l'orizzonte che vediamo dalle colline sarà un poco diverso: una linea sottile, in più, a separare il mare aperto dall'acqua quieta del porto. Ma il senso sarà lo stesso di mille anni fa — riparare chi arriva, dare spinta a chi parte.

Genova ha questa qualità rara: sa cambiare senza tradirsi. Restaura i suoi palazzi e apre cantieri da record, custodisce la Lanterna e cala in mare cassoni grandi come navi. Lo fa con la concretezza un po' ruvida di chi vive di mare da sempre e sa che il mare non aspetta nessuno. Noi, intanto, continuiamo a salire quei pochi scalini, a guardare il porto dall'alto e a pensare che sì — è ancora una gran bella cosa, essere di Genova.

Innamorati di Genova, ogni giorno.

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