Ci sono momenti in cui Genova si guarda allo specchio e si riconosce. Camminare in questi mesi sotto i portici di piazza Matteotti, salire i pochi scalini di Palazzo Ducale ed entrare nelle sale dell'Appartamento del Doge è uno di quei momenti. La mostra «Van Dyck l'Europeo» è aperta dal 20 marzo e proseguirà fino al 19 luglio: sessanta opere, oltre cinquanta autografe, prestate da trentadue musei di ventidue città europee. È la più ampia retrospettiva dedicata al maestro fiammingo degli ultimi venticinque anni. E ha scelto Genova.

Palazzo Ducale di Genova visto da piazza De Ferrari, con la fontana in primo piano

Non è un caso. Anthonis van Dyck a Genova ci visse davvero, tra il 1621 e il 1627. Aveva poco più di vent'anni quando arrivò, già allievo prediletto di Rubens, e fu la nostra città ad accoglierlo nel cuore di un'aristocrazia che amava farsi ritrarre. I Brignole, gli Spinola, i Lomellini, i Pallavicini: famiglie che reggevano commerci tra Anversa e Madrid e che nel giovane pittore fiammingo riconobbero subito qualcosa di nuovo. Una luce diversa. Un modo di restituire la stoffa, lo sguardo, la mano guantata.

Genova, nel Seicento, era una capitale d'Europa. E Van Dyck l'ha dipinta come si dipinge una città che si sa più grande di sé stessa.

Un giovane fiammingo in città

Quando Van Dyck sbarcò al porto, Genova era nel pieno del suo «secolo dei genovesi». I banchieri della Superba prestavano denaro alla corona di Spagna; le navi entravano cariche di tessuti, argento, allume; nei cantieri di costruzione delle Strade Nuove si alzavano i palazzi che oggi chiamiamo Rolli. La città aveva sete di immagini all'altezza della propria ricchezza, e Van Dyck arrivò al momento giusto.

Si racconta che abitasse in via della Maddalena, a pochi passi da quelli che oggi sono i Musei di Strada Nuova. Lavorava molto, lavorava bene, lavorava in fretta. Imparava dai pittori liguri più di quanto si dica, e a sua volta insegnava qualcosa di nuovo: la posa più sciolta, lo sguardo che cerca l'osservatore, la pennellata che scioglie il velluto e lascia respirare il pizzo.

Sessanta opere, tre città

Il percorso della mostra non si ferma a Genova. Segue Van Dyck nei tre snodi della sua carriera: Anversa, dove nasce e si forma; Genova, dove diventa adulto; Londra, dove si consacra ritrattista ufficiale di Carlo I d'Inghilterra. Gli autoritratti giovanili dialogano con le dame eleganti dei palazzi di via Garibaldi, le commissioni reali inglesi con i temi mitologici e religiosi che il pittore non smise mai di frequentare.

I prestiti vengono da musei che pesano nella storia dell'arte mondiale: il Louvre, il Prado, la National Gallery di Londra. Vederli tutti insieme, dentro le sale dell'Appartamento del Doge e della Cappella Ducale, è un'esperienza che non capita spesso. In poche settimane la mostra ha superato i trentamila visitatori; e l'estate, qui, deve ancora cominciare.

Quel filo che ci unisce ancora

C'è una cosa che colpisce, davanti ai ritratti di Van Dyck. I genovesi del Seicento somigliano, in qualcosa di sottile, ai genovesi di oggi. Forse è lo sguardo dritto, un po' fiero e un po' guardingo. Forse la sobrietà nella ricchezza: il nero che predomina, l'oro usato come accento. O forse è il modo in cui le mani vengono dipinte — mani che hanno lavorato, contato, contrattato, e che si mostrano senza vergogna.

I ritratti più belli non raccontano chi posa: raccontano la città che lo ha cresciuto. E le tele di Van Dyck raccontano Genova.

Quando esci da Palazzo Ducale, piazza De Ferrari ti accoglie con la sua fontana di porfido rosso e il rumore d'acqua che copre il traffico. Alzi gli occhi e ritrovi le stesse pietre che Van Dyck ha visto: la facciata del Palazzo, le statue sul cornicione, il cielo che si apre sopra i tetti d'ardesia. Quattrocento anni dopo, la luce è ancora quella.

Andare a vederla, finché siamo in tempo

La mostra chiude il 19 luglio 2026. Sono ancora due mesi buoni, ma chi conosce Genova sa come si fa: si rimanda, si dice «ci vado settimana prossima», e poi arriva agosto. Vale invece la pena prendersi una mattinata, scegliere un giorno feriale, entrare presto. Da Piazza De Ferrari si arriva a piedi da ovunque: dalla stazione di Brignole sono dieci minuti, dal Porto Antico forse otto.

Le sale dell'Appartamento del Doge sono silenziose, anche nei momenti più affollati. Davanti a un Van Dyck si sta volentieri più del previsto: lo sguardo si perde nei dettagli, in un colletto di pizzo, nel riflesso di una catena d'oro, nel cane fedele che spunta dietro il vestito di una dama. E intanto, senza accorgersene, si torna indietro di quattro secoli — ma in una città che non è cambiata così tanto.

Genova ha questa qualità rara: sa custodire la propria grandezza senza farne uno spettacolo. Lo fa con i Rolli, con i caruggi, con la Lanterna, con il pesto. E lo fa anche con Van Dyck, che ha scelto la nostra città come palestra europea e poi ce l'ha lasciata in eredità. Quest'estate, in un palazzo che è già di per sé una mostra, possiamo ringraziarlo.

Innamorati di Genova, ogni giorno.

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