A Genova il lavoro più rischioso si vede a occhio nudo: basta guardare le gru del porto, i cantieri navali di Sestri, i ponteggi che spuntano ogni estate nei carruggi. Ed è anche per questo che una notizia tecnica di inizio agosto merita due minuti di attenzione: con il decreto del Ministero del Lavoro n. 98 del 3 agosto 2026 gli indennizzi INAIL per il danno biologico sono stati rivalutati dell’1,4%, con effetto retroattivo dal 1° luglio. Un ritocco piccolo, che però è l’occasione giusta per capire una parola che quasi tutti abbiamo sentito e quasi nessuno sa spiegare.

Le gru del porto di Genova e la Lanterna al tramonto, viste dal mare

Foto: Mariojan photo — Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0

Che cos’è il danno biologico (in parole semplici)

Il danno biologico è la lesione dell’integrità psico-fisica della persona, accertabile da un medico legale, che peggiora la vita di tutti i giorni a prescindere da quanto quella persona guadagna. La definizione sembra astratta, ma dice una cosa molto concreta: il danno alla salute vale di per sé, indipendentemente dallo stipendio.

È una conquista relativamente recente. Per decenni il risarcimento guardava soprattutto al reddito perso: se ti facevi male e continuavi a percepire lo stipendio, il danno «non esisteva». Oggi non è più così. Il danno biologico è una voce autonoma, e si distingue in due tempi:

  • il danno biologico temporaneo, cioè i giorni in cui sei impedito — totalmente o in parte — nelle tue attività normali: il periodo di gesso, la convalescenza, la fisioterapia;
  • il danno biologico permanente, cioè quello che resta per sempre: la spalla che non torna a muoversi come prima, la cicatrice, la riduzione dell’udito.

Il permanente si misura in punti percentuali di invalidità, da 1 a 100. Non li decide chi ha subito il danno né chi paga: li stabilisce un medico legale applicando tabelle di riferimento (i cosiddetti baremes) che associano a ogni menomazione una forbice di punti. La perdita di un dito, un’anchilosi, una lesione al ginocchio hanno ciascuna il proprio intervallo.

Che cosa cambia con il decreto di agosto

La novità riguarda uno dei due mondi in cui il danno biologico viene monetizzato: quello INAIL, cioè l’assicurazione pubblica obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali. Dal 2000 l’INAIL non indennizza più solo la perdita di capacità lavorativa, ma anche il danno biologico in senso stretto, sulla base di una tabella dedicata.

Il decreto ministeriale n. 98 del 3 agosto 2026, che recepisce la delibera del consiglio di amministrazione INAIL n. 42/2026, aumenta dell’1,4% gli importi di quella tabella a partire dal 1° luglio 2026. L’1,4% non è un numero scelto a caso: corrisponde alla variazione media annua dei prezzi al consumo calcolata dall’ISTAT tra il 2024 e il 2025. È una rivalutazione che serve a evitare che l’inflazione eroda silenziosamente il valore dell’indennizzo.

Vale la pena ricordare come funziona l’erogazione, perché contiene una soglia che sorprende molti:

  • sotto il 6% di menomazione l’INAIL non indennizza nulla: è una vera e propria franchigia di legge;
  • dal 6% al 15% l’indennizzo è erogato in capitale, cioè una tantum;
  • dal 16% in su l’indennizzo diventa una rendita periodica, alla quale si aggiunge una quota per le conseguenze patrimoniali.

Detto in modo brutale: un infortunio che ti lascia un 5% di postumi permanenti — e un 5% non è poco, è un ginocchio che non sarà mai più quello di prima — dall’INAIL non ottiene un euro di indennizzo per danno biologico.

Indennizzo INAIL e risarcimento civile: due strade diverse

Qui sta il passaggio che genera più equivoci in agenzia. Indennizzo e risarcimento non sono sinonimi.

L’indennizzo INAIL è una prestazione pubblica, automatica e tabellare: spetta perché l’infortunio è avvenuto sul lavoro, senza dover dimostrare la colpa di nessuno, ma l’importo è quello scritto nella tabella e nulla di più.

Il risarcimento civilistico, invece, punta a coprire il danno integrale e si ottiene quando esiste un responsabile: l’automobilista che ti ha investito, il datore di lavoro che ha violato le norme di sicurezza, la struttura sanitaria che ha sbagliato. Qui i valori sono ben più alti e li fissano tabelle diverse:

  • per le micropermanenti (da 1 a 9 punti) da sinistro stradale vale l’art. 139 del Codice delle Assicurazioni Private, con una tabella nazionale i cui valori vengono aggiornati ogni anno con decreto;
  • per le macropermanenti (da 10 a 100 punti) è finalmente operativa la Tabella Unica Nazionale, introdotta con il DPR 13 gennaio 2025 n. 12 ed entrata in vigore il 5 marzo 2025, che si applica ai sinistri stradali e alla responsabilità sanitaria. Prima di allora i giudici usavano le tabelle del Tribunale di Milano, con differenze anche sensibili da un foro all’altro.

Nota pratica: quando entrambe le strade sono percorribili, l’INAIL paga subito e poi agisce in surroga o regresso nei confronti del responsabile, e quanto già ricevuto viene scomputato dal risarcimento. Non si incassa due volte lo stesso danno.

I tre buchi che quasi nessuno considera

Se dovessimo riassumere in tre righe che cosa la tutela pubblica non copre, sarebbero queste.

1. Fuori dal lavoro non c’è INAIL

La stragrande maggioranza degli infortuni non avviene in fabbrica o in cantiere: avviene in casa, sugli sci, giocando a calcetto, potando una pianta, scendendo da una scala. In quei casi l’INAIL non c’entra nulla e, se non c’è un responsabile da chiamare in causa, non c’è nessuno a cui chiedere. Il costo resta interamente sulle spalle della famiglia.

2. Non tutti sono assicurati all’INAIL

La copertura obbligatoria riguarda determinate categorie di lavoratori e attività rischiose. Molti professionisti, autonomi, soci e amministratori — il tessuto tipico di una città come Genova, fatta di studi, piccole imprese e attività familiari — si scoprono privi di qualsiasi rete proprio nel momento peggiore.

3. La soglia del 6% e i limiti della tabella

Come visto, sotto il 6% l’INAIL non indennizza il danno biologico, e anche sopra quella soglia gli importi tabellari sono lontani dai valori del risarcimento civile. La differenza, in punti alti, può essere di decine di migliaia di euro.

È esattamente in questo spazio che si colloca la polizza infortuni privata, che funziona con una logica diversa da entrambe: non risarcisce un danno provato, ma paga una somma prestabilita al verificarsi dell’evento, chiunque ne sia responsabile e ovunque accada, ventiquattr’ore su ventiquattro se la copertura è «professionale ed extraprofessionale».

Come si legge una polizza infortuni (le tre voci che contano)

Se c’è una cosa utile da portarsi via da questo articolo, sono i tre numeri da cercare nel set informativo di una polizza infortuni. Sono sempre lì, e sono sempre quelli che fanno la differenza.

  1. Il capitale assicurato per invalidità permanente. È la cifra che verrebbe pagata in caso di invalidità totale (100%). Per gradi inferiori si paga una percentuale di quel capitale.
  2. La franchigia sull’invalidità permanente. Quasi tutte le polizze ne prevedono una: sotto una certa soglia di punti (spesso il 3% o il 5%) non si liquida nulla; sopra, a seconda del contratto, si liquida solo la parte eccedente oppure l’intera percentuale. La differenza tra le due formule è enorme, e sta scritta in una riga sola. È lo stesso meccanismo della franchigia che troviamo negli altri rami.
  3. La tabella di valutazione applicata. Alcune polizze rinviano alla tabella INAIL, altre allegano una tabella propria. La stessa identica lesione può valere pochi punti in un caso e diversi punti in più nell’altro: è il dettaglio più tecnico e il più sottovalutato.

A queste si affiancano le garanzie accessorie che spesso valgono più del capitale principale nella vita reale: la diaria da ricovero o da gesso, il rimborso delle spese di cura conseguenti all’infortunio, l’eventuale copertura per inabilità temporanea — quest’ultima decisiva per chi ha partita IVA e, se non lavora, semplicemente non incassa.

I numeri di Genova e della Liguria

Che il tema non sia teorico lo dicono i dati INAIL. In Liguria nel 2024 le denunce di infortunio sono state 17.058, in calo del 2,2% rispetto alle 17.442 dell’anno precedente. Ma i casi mortali sono saliti da 22 a 25, e nella sola provincia di Genova sono passati da 6 a 10.

C’è poi un dato che merita attenzione particolare: le denunce di malattia professionale nella provincia di Genova sono passate da 646 a 1.046 in un anno, un aumento del 61,9%. Non significa necessariamente che si stia lavorando peggio: significa anche che patologie legate all’attività lavorativa — disturbi muscolo-scheletrici, ipoacusia, esposizioni professionali — vengono finalmente riconosciute e denunciate. Ed è proprio la malattia professionale, non solo l’infortunio, a generare le menomazioni permanenti che entrano nella tabella del danno biologico.

È una fotografia coerente con la storia produttiva di questa città: porto, logistica, cantieristica, edilizia, manutenzioni. Attività in cui il rischio non si azzera nemmeno con la migliore prevenzione — e in cui, quindi, vale la pena sapere in anticipo chi paga cosa.

In sintesi

La rivalutazione dell’1,4% è una buona notizia in sé, ma minuscola rispetto alla domanda vera: se domani un infortunio ti lasciasse un 8% di invalidità permanente, quanto arriverebbe e da chi? Se l’infortunio è sul lavoro e sei assicurato all’INAIL, un indennizzo in capitale calcolato su tabella. Se è avvenuto la domenica in montagna, o se sei un professionista non soggetto all’obbligo INAIL, molto probabilmente nulla — a meno che tu non abbia una polizza infortuni tua.

La differenza tra le due risposte non si costruisce dopo l’incidente. Si costruisce prima, in dieci minuti, leggendo tre righe di un contratto.

Un infortunio fuori dal lavoro: chi paga?

Verifichiamo insieme che cosa copre davvero la tua situazione — INAIL, polizza infortuni, garanzie già presenti nelle polizze che hai — e dove restano i buchi. Passa in agenzia in Via XX Settembre 23/1, nel centro di Genova a due passi da Piazza De Ferrari, oppure chiama lo 010 572931.

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