Dodici ascensori pubblici, due funicolari e una ferrovia a cremagliera. Non è il volantino di un parco a tema: è l’elenco degli impianti di trasporto pubblico che a Genova, ogni mattina, portano al lavoro e a scuola migliaia di persone. In questa città per tornare a casa spesso non si gira l’angolo: si sale.

Genova vista dall’alto al tramonto, con la città che sale verso le alture: il paesaggio servito dagli ascensori e dalle funicolari pubbliche

La ragione è scritta nella geografia. Genova è una striscia lunga trenta chilometri e stretta fra il mare e la montagna, con l’Appennino che in certi punti scende quasi a bagnarsi. Quando la città è cresciuta non ha potuto allargarsi: ha potuto solo arrampicarsi. E per arrampicarsi si è costruita, pezzo dopo pezzo, un sistema di trasporto verticale che in Italia non ha eguali.

Si comincia con l’acqua

La decana è la funicolare Sant’Anna, inaugurata il 26 novembre 1891: trecentosettanta metri di percorso, cinquantaquattro di dislivello, due sole fermate tra piazza del Portello e corso Magenta. Per quasi novant’anni ha funzionato senza motore. Il meccanismo era elementare e bellissimo: la vettura in cima si riempiva d’acqua finché non diventava più pesante di quella in basso, e scendendo tirava su l’altra. Gravità, e nient’altro.

Dieci anni dopo, nel 1901, entra in servizio la cremagliera Principe-Granarolo: 1.136 metri a partire da via del Lagaccio, con una rotaia dentata al centro del binario. Serve perché su pendenze che arrivano al 21,4% le ruote lisce slitterebbero. La dentiera c’è ancora, e funziona ancora.

L’ascensore che porta in paradiso

Il più amato di tutti è l’ascensore di Castelletto, del 1910, progettato dall’ingegner Carlo Bagnasco. Cinquantasette metri separano piazza del Portello dal belvedere Luigi Montaldo, e cioè da uno dei panorami più belli d’Italia: il mare di tetti in ardesia del centro storico, le torri, le cupole, il porto e poi il mare vero.

Giorgio Caproni gli dedicò dei versi che oggi si leggono su una targa nella galleria d’ingresso:

Quando mi sarò deciso d’andarci, in paradiso
ci andrò con l’ascensore di Castelletto.

Nel luglio 2020 l’impianto è stato rifatto da capo, ma con una cura rara: le cabine sono state ricostruite sui disegni originali dei primi del Novecento, in stile liberty, rivestite in legno di pino. Chi ci sale oggi sale su un ascensore nuovo di zecca che sembra quello di allora.

Un impianto che non esiste da nessun’altra parte

Poi c’è Montegalletto, e qui la storia si fa quasi divertente. Costruito nel 1929 per collegare via Balbi — a due passi da Principe — al Castello d’Albertis, settantadue metri più in alto, aveva un difetto che lo rese impopolare per decenni: per raggiungere la cabina bisognava farsi a piedi oltre duecento metri di tunnel sottoterra.

Nel 2004 AMT ha risolto il problema alla radice, con un’idea che ancora oggi fa venire a Genova gli ingegneri di mezzo mondo. La cabina attraversa il tunnel in orizzontale, come un vagoncino; poi, arrivata in fondo, si aggancia e sale in verticale come un normale ascensore. Si entra una volta sola e non si cammina mai. Di impianti così, che siano insieme funicolare e ascensore nella stessa cabina, non ce n’è un altro al mondo.

L’ultimo arrivato è del 2015: l’ascensore inclinato di Quezzi, il primo in Italia a pendenza variabile entrato in servizio pubblico, che supera quasi settantasei metri di dislivello — il record cittadino.

Non sono attrazioni: sono l’autobus

La cosa che più sfugge a chi arriva da fuori è che questi impianti non sono giostre panoramiche. Sono trasporto pubblico a tutti gli effetti, integrati nella rete AMT: dal 15 gennaio 2024 ascensori e funicolari sono gratuiti per i residenti della città metropolitana di Genova che possano dimostrarlo con un documento. Chi abita a Castelletto, al Righi o a Granarolo ci sale con le buste della spesa in mano, col passeggino, con lo zaino di scuola. È l’ascensore di casa, semplicemente condiviso con tutto il quartiere.

C’è qualcosa di profondamente genovese in tutto questo. Una città a cui è toccata in sorte la salita e che, invece di lamentarsene, si è costruita gli attrezzi per salirla — e li ha tenuti in funzione per centotrentacinque anni, riparandoli, rifacendoli, senza mai buttarli via. Noi di Assicurazioni Zara ci passiamo davanti ogni giorno, tra una sede e l’altra. E ogni tanto ci viene da pensare che sia una gran bella metafora: le cose importanti non si mollano, si tengono in manutenzione.

Innamorati di Genova, ogni giorno.

Assicurazioni Zara — dal 1976 al fianco dei genovesi e di chi sceglie di chiamare casa la nostra città.

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