Nel Museo Diocesano di Genova, a due passi dalla cattedrale di San Lorenzo, sono appese alcune grandi tele dipinte fra il 1538 e il 1540 da Teramo Piaggio. Raccontano la Passione di Cristo, ma a colpire non è soltanto il soggetto: lo sfondo è un cotone tinto di un blu profondo, intenso, inconfondibile. Quel blu ha un nome che mezzo mondo pronuncia ogni giorno senza saperlo. In francese si diceva bleu de Gênes. In inglese, oggi, è semplicemente jeans.
Sì: il capo d’abbigliamento più democratico che esista — quello che indossano allo stesso modo un operaio e una first lady — porta cucito nel nome il nostro porto.
Un tessuto nato in porto
Tutto comincia con il fustagno, una stoffa robusta e a buon mercato che a Genova si produceva già nel Cinquecento. Tinto con l’indaco — il pigmento ricavato dalla pianta Indigofera tinctoria — assumeva quel blu resistente al sole e ai lavaggi che lo rese celebre. Era forte, costava poco e non aveva paura della fatica: perfetto per le vele, per i sacchi e soprattutto per i pantaloni da lavoro dei marinai genovesi.
Dal porto della Superba quelle pezze partivano verso tutta Europa, e i mercanti le chiedevano con il nome della città da cui arrivavano: bleu de Gênes. Il francese era la lingua franca dei mari, e quel «Gênes» pronunciato all’inglese, di bocca in bocca e di banchina in banchina, si trasformò in jeans. La parola compare nei documenti inglesi già nel 1567.
Jeans e denim: due città, non una
C’è un piccolo equivoco che vale la pena sciogliere, perché ci riguarda da vicino. Jeans viene da Genova; denim, invece, da Nîmes, in Francia: de Nîmes. Erano due tessuti diversi, prodotti da due città diverse, che la storia ha poi fuso in un’unica leggenda. Ma il nome con cui oggi chiamiamo quei pantaloni in tutto il pianeta — jeans — è il nostro. È il blu di Genova ad aver vinto la gara dei secoli.
Genova non ha solo scoperto continenti e inventato banche: ha vestito il mondo intero, e l’ha fatto con la stoffa più umile che avesse in magazzino.
Da Garibaldi alla California
Il blu di Genova ha viaggiato parecchio prima di diventare un’icona. Lo indossavano i garibaldini: i pantaloni che Giuseppe Garibaldi portò allo sbarco dei Mille a Marsala erano proprio in tela jeans, e oggi si conservano al Museo Centrale del Risorgimento, a Roma. Lo si ritrova persino nei presepi: alcune statuine settecentesche di Pasquale Navone, custodite a Palazzo Spinola, vestono i pastori con abiti di quel tessuto blu.
Poi, nella seconda metà dell’Ottocento, la stoffa attraversò l’oceano. In California un commerciante di nome Levi Strauss ebbe l’idea di rinforzare con rivetti quei pantaloni da lavoro, e il blu di Genova diventò la divisa dei cercatori d’oro, dei cowboy, del rock e infine di tutti noi. Il capo più «americano» che esista, a guardarlo da vicino, parla genovese.
Una storia da portare addosso
Ci piace l’idea che, ogni volta che qualcuno al mondo infila un paio di jeans, stia indossando — senza saperlo — un pezzetto della nostra città. Le tele di Teramo Piaggio sono ancora lì, al Museo Diocesano, a ricordarci che certe rivoluzioni nascono in silenzio, da un telaio e da un barattolo d’indaco.
Noi di Assicurazioni Zara, genovesi ogni giorno, lo troviamo un bel motivo d’orgoglio: questa città ha sempre saputo prendere le cose semplici — una stoffa da poco, un porto, un’idea — e farne qualcosa che dura nel tempo. Esattamente come piace a noi.
Innamorati di Genova, ogni giorno.
Assicurazioni Zara — dal 1976 al fianco dei genovesi e di chi sceglie di chiamare casa la nostra città.
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